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I bambini in macchina e la categoria "C"
Il Corriere della Sera
di Beppe Severgnini
www.corriere.it/severgnini

Piccolo quiz.
Passa un'auto. A bordo c'è una bimba di due anni, in piedi sul sedile anteriore. Il conducente è:

(a) Un papà premuroso: vuole consentire alla piccola una buona visione.

(b) Un papà indulgente: la bambina, legata sul seggiolino posteriore, piange.

(c) Un papà imbecille.

La risposta esatta, naturalmente, è (c).
E di "Categoria C" è piena l'Italia. I modi in cui viaggiano i bambini nel nostro Paese vanno dall'incosciente al pazzesco, passando per il grottesco: in braccio ai genitori, seduti con la cintura che li strangola, seduti senza cintura, addormentati qui e là.
Voi avete mai visto un vigile che ferma e multa un automobilista per questo? Io, mai.
Eppure, se uno porta in giro il figlio incollato al parabrezza come un bambolotto (mancano solo le ventose), andrebbe fermato. Lasciarlo fare non è buon cuore: è complicità.
Diversi lettori s'accorgono di questi comportamenti, e mi scrivono indignati.
Ma ho il sospetto che queste persone appartengano a una minoranza che, nell'atmosfera pericolosamente festosa che precede ogni estate, verrebbe definita con due aggettivi: noiosa e pedante.
Errore.
Non sono pedanti gli italiani che ricordano queste cose. Sono insopportabili quelli che le dimenticano.
Cosa si può fare per convincere la gente a cambiare abitudini? La scelta è di metodo: si può tentare con le buone o con le cattive.
Nelle buone maniere rientrano le cosiddette "campagne di sensibilizzazione". Operazione non facile.
Prima di tutto, infatti, occorre sensibilizzare i sensibilizzatori.
In maggio, durante la giornata per la "Fraternità della strada", gli organizzatori mi hanno detto d'aver provato a portare l'educazione stradale negli asili. Avevano già pronto il materiale, dove si spiegava come devono viaggiare i bambini, gli errori più frequenti, eccetera. Ma il Comune di Milano dice che deve pensarci la Provincia, e la Provincia sostiene che tocca al Comune. Morale: nulla di fatto. Sia chiaro, però. Le colpe non sono soltanto delle istituzioni (che sonnecchiano), delle forze di polizia (che non controllano e non puniscono), e della magistratura (che restituisce la patente a gente che non dovrebbe guidare neppure un triciclo): anche noi giornalisti siamo responsabili, per la nostra parte.

Mi scrive, dalla Florida, Stefano Coledan: "In caso di colliione frontale, il 50% degli occupanti senza cinture viene sbalzato dall'auto. Di questi, il 90% muore.
I bambini, se non sono legati ai seggiolini, sono ancora più vulnerabili.
Possibile che stampa, radio e Tv non riportino mai questo tipo di informazioni?
Perché voi giornalisti italiani non prendete esempio da quelli americani, che mettono in risalto la morte di automobilisti senza cinture?".

Temo di conoscere la risposta, caro Stefano: perché avremmo l'impressione di infierire. Sbagliamo, invece. Potrebbe essere un modo di educare. Sarebbero messaggi forti? Certamente, e non basterebbero.
Dobbiamo fare di più: se la gente non sente i sussurri, tentiamo coi pugni nello stomaco. Proviamo a sorprendere e a turbare: i pubblicitari lo fanno per vendere un gelato, possono ripeterlo per salvare qualche vita umana. Le assicurazioni, se tengono alla nostra pelle e non solo ai nostri soldi, pubblichino sui giornali le foto di un bambino in un letto d'ospedale, con la scritta: "Papà diceva: il seggiolino? Tanto siamo in città". Lo faranno? Ne dubito.
La vostra compagnia di assicurazione vi ha mai spedito una lettera in cui spiega che, in caso di incidente senza cinture e seggiolini, rimborserà solo i danni che avreste subito indossandoli?
"Per verificare la necessità di una comunicazione del genere - scrive Guido Pescerelli - basta mettersi a un angolo della strada e contare chi indossa le cinture e quanti bambini sono legati nei seggiolini. Io l'ho fatto, con risultati sconsolanti".

Ecco, dunque, un altro malinconico quadretto italiano. Mi rendo conto che, da me, qualcuno si aspettava una rubrica umoristica.
Ma credetemi: se questo articolo salva la testa di un bambino, siamo serviti a qualcosa. Allora possiamo sorridere. Non prima.